{Note Off}
Autore: (?) - Tomo II dei due concessi dai Maghi Ancestrali alla Biblioteca
Revisionato e corretto il: 27.02.09 da Nataniel
Presentato in On come: libercolo di media grandezza
{Note On, scritte sulla seconda di copertina}
Il liber è presentato come secondo tomo fra i due offerti gentilmente dalla congrega dei Maghi Ancestrali di Barrington. Si ringrazia la confraternita per il dono concesso alla Biblioteca.
N.E. de Clairefont, anno Domini xxxx
Libro Secondo §§ Cosmologie - L'Universo secondo le civiltà antiche §§ COSMOLOGIA MESOPOTAMICA
Consultando antichi tomi, trovai citazioni e riferimenti di una popolazione abitante della terra dei due fiumi nell'estremo oriente, ai confini con la Sera Major. Secondo questa civiltà arcaica, il cielo è da considerarsi come una volta solida, le cui fondamenta posano su di un vasto oceano, "Apsu", che sostiene la terra stessa. Al di sopra della volta, vi sono le acque superiori, sormontate dall' "interno dei cieli" (sede degli dei) e la "casa illuminata dal sole", da cui il sole esce ogni mattina da una porta posta ad Oriente e a cui fa ritorno ogni sera, entrando da una porta posta ad Occidente. Secondo queste credenze, la Terra è una grande montagna cava in basso, suddivisa in quattro quadranti:
-ad Est è la montagna risplendente o la grande montagna del levar del Sole;
-ad Ovest è la montagna oscura o montagna del calar del Sole;
-a Sud vi è l'Oceano;
-a Nord vi è la terra misteriosa e sconosciuta.
Tra il cielo e la terra vi sono le acque dell'oceano Orientale e Occidentale che, come l'oceano meridionale, fanno parte dell'Apsu.
Nella cavità della Terra vi è la dimora dei morti, il cui ingresso si trova ad Occidente.
La volta celeste è considerata immobile; il sole, la luna e le stelle sono considerati esseri viventi, in qualche caso divinità, che compiono il Perpetuo Movimento lungo orbite circolari.
Particolarmente importante era la stella del vespro e dell'alba, considerata come due corpi distinti: Isthar della sera e Isthar del mattino.
COSMOLOGIA EGIZIANA
Posiamo ora il nostro pensiero sulla visione dell'universo da parte del popolo di Horus. Essi credevano che un tempo non esistessero nè il cielo, nè la terra e che non ci fosse altro che l'infinità acqua primordiale, il Nu, la quale era immersa nelle tenebre, ma conteneva i germi del mondo che lo spirito dell'Acqua avrebbe chiamato all'esistenza attraverso la "Parola".
L'intero universo era immaginato come un prisma di base rettangolare, con il lato maggiore in direzione Nord-Sud (come il percorso del "Grande Fiume"). La Terra è il fondo di questa costruzione: una superficie stretta, oblunga e leggermente concava, con l'Egitto al suo centro.
Il cielo si estendeva sopra di essa come un soffitto d'argento, secondo alcuni piano, secondo altri a volta; la lamina rivolta verso la terra è cosparsa di lampade (stelle), appese a funi o, come si riteneva più generalmente, trasportate da divinità, le quali le accendevano di notte con un soffio di fuoco. In principio si credeva che il cielo fosse sostenuto da quattro pilastri, sostituiti successivamente dalla vetta di quattro alte montagne, corrispondenti ai punti cardinali e connesse da una catena continua. Un po' al di sotto di esse un grande fiume scorreva intorno alla Terra, rimanendoci nascosto verso Nord dall'interposizione delle montagne, oltre la quali il fiume (Ur-ness) fluiva lungo una valle chiamata Dait, immersa in un'eterna notte. Il Nilo è un braccio di questo fiume, e trae origine dalla sua ansa meridionale. Lungo l'Ur-ness fluiva una sacra imbarcazione su cui era posto il Sole, un dio vivente chiamato Ra. Lo stesso percorso è seguito dalla Luna, Yaahu Auhu, trasportata anche essa da una barca.
Tra le lampade stellari, alcune non tramontano mai; altre, una volta sorte, si spostano ogni anno lentamente nel cielo fino a diventare invisibili, a volte per mesi. Uapshetatui (Giove), Kahiri (Saturno) e Sobku (Mercurio) governano le loro barche nella stessa direzione di Ra e Yaahu, mentre il rosso Doshiri (Marte) fa vela all'indietro. Bonu (Venere) ha una doppia identità: di sera è Uati, la stella che sorge per prima; al mattino diventa Tiu-nutiri, il dio che preannuncia il sorgere del Sole.
COSMOLOGIE ELLENICHE
L'astronomia Greca non è soltanto osservazione del cielo, ma anche interpretazione razionale dei fenomeni celesti e costruzione di un modello cosmologico che contenga e rappresenti le caratteristiche dell'universo Greco: legge o principio costitutivo fondamentale, ordine, stabilità e eterna ciclicità.
La scuola ionica trova il principio fondamentale della natura e dell’universo in un elemento materiale o in un entità astratta.
Il solo Anassimandro si occupa di fissare le dimensioni della Terra e degli astri: «
le stelle sono porzioni d'aria compresse, a forma di ruote (che girano) riempite di fuoco, ed emettono fiamme in qualche punto da piccole aperture... Il Sole è un disco 28 volte più grande della Terra; è come la ruota d'un cocchio, il cui cerchio sia cavo e pieno di fuoco, e fa sprigionare il fuoco da un certo punto di questo attraverso un'apertura simile ad un soffietto... Le eclissi di Sole avvengono allorquando si chiude l'orifizio per cui il fuoco si sfoga... La luna è un disco 19 volte più grande della terra; è come la ruota di un cocchio, il cui cerchio sia vuoto e pieno di fuoco, similmente al disco del Sole, ed è piazzato obliquamente come anche quello del Sole; ha un'apertura simile al becco di un soffietto; le sue eclissi dipendono dalle rotazioni della ruota.»
Per Anassimandro la terra ha la forma di «un cilindro la cui altezza è un terzo della sua larghezza» ed è sospesa per effetto dell'equilibrio di «forze contrapposte».
Allo stesso problema del principio costitutivo del mondo Anassagora di Clazomene e Democrito di Abdera trovano una soluzione diversa ricorrendo ad una pluralità di principi (per Anassagora le “radici” o “omeomerie”, che conservavano le qualità percettive degli oggetti, per Democrito gli atomi qualitativamente uguali le cui uniche proprietà dovevano essere descrivibili matematicamente); l'importanza di Anassagora nel quadro del progresso delle scienze astronomiche è legato al fatto che per primo Anassagora afferma che i corpi celesti hanno una natura materiale come la Terra; in particolare per Anassagora il Sole è una sfera infuocata grande come il Peloponneso e appare piccola perché è molto lontana (fini ad allora si era ritenuto il contrario). Democrito dal canto suo, affermando l'esistenza del vuoto tra gli atomi ammette l'esistenza di uno spazio vuoto, quindi privo di qualsiasi centro.
LA SCUOLA PITAGORICA
I Pitagorici accettando l'idea derivata dal mito che il cielo avesse natura immateriale o semimateriale e divina, si occuparono di giustificare la periodicità dei moti apparenti degli astri con un modello matematico che li collocava su orbite circolari. La rappresentabilità matematica garantiva l'ordine e la stabilità dell'universo (kosmos). Esso è delimitato dalla sfera delle stelle fisse e tra la volta sferica delle stelle e il centro si trovano i pianeti i cui raggi orbitali e le cui velocità formano una successione numerica identica a quella dei numeri corrispondenti alle note musicali; i pianeti circolando emettono un suono continuo: è la musica del cosmo, espressione della sua armonia.
La più importante intuizione pitagorica è la sfericità della terra; essa poggiava su considerazioni teoriche quali l'analogia con la forma dell'universo e la similitudine tra la terra e lo stesso, ed osservazioni intuitive come il fatto che, quando una nave sparisce sotto l'orizzonte, sparisce prima lo scafo poi l'albero.
Naturalmente il rudimentale modello dell'“universo a due sfere” pitagorico non permette di prevedere correttamente le posizioni e i moti apparenti degli astri, ma secondo i pitagorici, poiché il modello è realtà esso stesso, ciò è dovuto all'imperfezione dei sensi. Per quanto concerne il centro dell'universo esistevano nella scuola due diverse.correnti di pensiero una delle quali faceva capo a Filolao, assertore dell'esistenza di un fuoco centrale con la terra ruotante intorno ad esso in modo da volgergli la stessa faccia (disabitata) e di un antiterra frapposta tra la Terra ed il Sole in modo da completare il numero 10 simbolo della potenza divina; l'altra collocava la terra in posizione centrale.
PLATONE ED EUDOSSO
Il nocciolo della dottrina di Platone è la “teoria delle idee”: la vera realtà è l'“idea”, eterna, universale e definita, mentre le cose materiali corrispondenti ad essa ne sono soltanto imperfette imitazioni e possono essere infinite quindi indefinite (l'idea del bello è unica mentre le cose belle sono infinite).
Nello studio della natura Platone mantiene la funzione prioritaria della matematica affermata dal Pitagorismo (in particolare la geometria è necessaria per la conoscenza del mondo naturale); tuttavia mentre per Pitagora gli enti matematici sono la realtà, Platone pone su di un piano di superiorità il mondo delle idee. Per Platone all'ordine delle idee sancito dalla dialettica, deve corrispondere un'ordine della natura, Kosmos eterno e immutabile; la loro connessione è rivelata dal mito del Demiurgo, nel Timeo. Egli volendo plasmare la materia secondo l'ordine del mondo delle idee, la frammenta in atomi dalle forme di poliedri regolari (diversi da quelli di Democrito, che qualitativamente uguali obbedivano a leggi meccaniche) che obbediscono a leggi che rispecchiano l'armonia dei modelli matematici. Risolto il problema del principio, il Demiurgo di occupa di dare unità al cosmo e di fornire regolarità ai suoi movimenti: prima con gli atomi residui forma un composto cui infonde intelligenza, “l'Anima del mondo”che lo tiene unito entro la sfera che lo contiene, quindi inventa il tempo rendendo regolare moto dei corpi celesti.
L'Astronomia platonica si occupa degli stessi problemi di cui si occupano i Pitagorici: il problema del moto regolare degli astri. Le teorie astronomiche di Platone non differiscono in maniera sostanziale da quelle Pitagoriche. Platone avvalla il modello dell'universo a due sfere, che permette facilmente di spiegare i moti diurno e annuale del Sole e quello diurno delle stelle fisse (assegnando alla sfera delle stelle la rotazione diurna e al sole un moto uniforme sulla sfera delle stelle fisse lungo l'eclittica), ma che tuttavia non riesce a formulare mai previsioni valide sulle posizioni dei pianeti, i quali alternavano fasi in cui si spostavano verso Est rispetto alle stelle fisse, a fermate (stazioni) seguite da inversioni del loro moto (retrogradazioni) con variazioni della loro altezza sull'eclittica (del resto la parola pianeti deriva dal greco planetes che significa errante o viaggiatore).
Ebbene mentre per i Pitagorici il perfezionamento del modello matematico del cosmo non era possibile perché all'osservazione non viene attribuito alcun valore, per Platone la conoscenza del cielo è conoscenza dell'ordine del mondo. L'astronomia diviene dunque la scienza che è in grado di determinarlo. Platone pone per primo il problema di costruire un modello dell'universo in termini matematici rigorosi: «Quali sono i moti uniformi e regolari, la cui assunzione salva completamente i fenomeni relativi ai movimenti degli astri erranti?».
Ciò che Platone chiede è dunque la costruzione di un sistema dinamico complesso i cui elementi sono il cerchio, che rappresenta l'eterna immutabilità della forma del moto, sempre uguale a se stesso, la sfera che rappresenta l'universo chiuso in se stesso e la possibilità di contemplarlo tutto allo stesso modo dal suo centro, e l'uniformità del moto necessaria a sancire la invariabilità del dominio dell'anima divina sul proprio corpo (una diminuzione di tale dominio provocherebbe una variazione della velocità dei moti celesti).
La prima risposta viene fornita da Eudosso di Cnido, il quale teorizza un complesso sistema in cui ad ogni astro viene assegnato un certo numero di sfere concentriche, ciascuna in rotazione con velocità angolare costante su un asse diverso, i cui moti si combinano in modo da riprodurre le peculiarità dei moti degli astri erranti; l'astro è fissato all'equatore della sfera più interna. Al Sole sono assegnate 2 sfere, alla luna due (una per il moto diurno, una per il moto mensile rispetto alle stelle fisse) e a ciascun pianeta ne sono assegnate 4 di cui le prime due determinano il moto diurno e il moto lungo l'eclittica verso Est, mentre le altre due hanno l'una un asse giacente sul piano dell'eclittica, e l'altra (la quarta) un asse la cui inclinazione dipende dal moto del singolo pianeta; inoltre le ultime due hanno velocità di rotazione esattamente opposte in modo che, se le prime due fossero ferme, il moto della terza e della quarta soltanto produrrebbero una traiettoria a forma di 8 rovesciato i cui occhielli sono bisecati dall'eclittica. Questo moto combinato con quello della seconda sfera, determina un moto apparente complessivo lungo l'eclittica con fasi in cui la velocità apparente è superiore a quella delle stelle fisse e fasi in cui è inferiore a quest'ultima (retrogradazioni).
ARISTOTELE
Con Aristotele il modello cosmologico delle sfere omocentriche, da semplice modello matematico diviene parte di una descrizione “fisica” del mondo. Nel costruire la sua teoria cosmologica egli accetta i principi fondamentali della teoria delle sfere in moto circolare uniforme di Eudosso, che garantiscono i requisiti di stabilità, ciclicità ed eternità all'universo. Tuttavia, mentre per Eudosso i moti degli “astri erranti”, è il risultato della loro tendenza interna, la classificazione aristotelica dei moti in “moti interni o propri” e “moti esterni o acquisiti” gli impone di considerare come moto interno soltanto il moto della sfera più interna associata ad ogni astro, e di considerare come moto acquisito quello prodotto dalla rotazione delle sue sfere più esterne.
Ciò costringe Aristotele a cercare una causa prima e non indagabile del moto degli astri, che egli identifica con il Primo Motore Immobile (immobile perché se si dovesse muovere il suo moto dovrebbe essere spiegato) che provoca la rotazione delle sfere esterne; essa è manifestazione dell'amore e dell'anelito verso Dio ed è causa efficiente in quanto causa finale del moto. Tuttavia la diversità del moto dei pianeti tra di loro impone di introdurre un motore immobile proprio per ognuno di essi. Per evitare, però, di dover spiegare il moto peculiare di ogni singola sfera eudossiana con una sua propria “intelligenza motrice” occorre che la trasmissione del moto tra le varie sfere sia meccanicamente possibile pur restando nulla l'influenza delle sfere l'una sull'altra; per questo egli fu costretto ad aumentare il numero delle sfere per ogni astro (fino a 55). Il suo modello cosmologico verrà presto corretto; maggiore sarà l'impronta lasciata nella storia della scienza dalla sua teoria fisica.
GLI ASTRONOMI ALESSANDRINI
L'introduzione della teoria degli epicicli, dei deferenti (gli astri erranti si muovono in modo da descrivere cerchi, detti “epicicli”, i cui centri ruotano intorno alla terra in orbite circolari, dette “deferenti” in modo che per opportune velocità dei due moti ne possa risultare un moto elicoidale che contempla inversioni periodiche del moto apparente visto dalla Terra) e degli eccentrici (cerchi con centro diverso da quello della Terra) di Apollonio di Perga scaturisce da un lavoro di misura e catalogazione delle posizioni degli astri nonché dal confronto dei dati ottenuti con i cataloghi precedenti.
Ad Ipparco di Nicea si devono l'introduzione di un sistema di coordinate fisso rispetto alle stelle avente come coordinate l'altezza sull'eclittica e la “longitudine eclittica”, angolo misurato parallelamente all'eclittica a partire dal punto equinoziale di primavera, e la classificazione delle stelle in classi di luminosità. Il lavoro di Ipparco permise di rilevare come anche i pianeti nel loro moto apparente subiscano delle variazioni di luminosità, ed il modo migliore per spiegare queste ultime era ipotizzare delle variazioni di distanza dalla Terra, che invece i modelli delle sfere omocentriche non prevedevano, nonché lo spostamento apparente delle “stelle fisse” dovuto alla precessione dell'asse terrestre, detto anche “precessione degli equinozi” (in quanto una sua conseguenza è lo spostamento nella volta celeste dei punti equinoziali e dei solstizi); per verificare questo moto peculiare delle stelle utilizzò la stella più luminosa della costellazione della Vergine, Spica.
Inoltre Ipparco verificò come l'anno tropico (tempo intercorrente tra due passaggi successivi ad un punto equinoziale o solstiziale) differisse dall'anno sidereo (tempo impiegato dal Sole a tornare allo stesso punto dello Zodiaco) proprio a causa della “precessione degli equinozi” e si rese conto della convenienza dell'uso del primo ad uso di calendario civile, in quanto permettevano alle stagioni di mantenervi una posizione fissa. Il lavoro di Ipparco fu utilizzato successivamente da Tolomeo per l'elaborazione della sua teoria cosmologica.
Ma poco prima di Ipparco e Apollonio, Aristarco di Samo (310-230 circa a.C.) provò a spiegare i moto apparenti del Sole e della Luna ridisponendo Sole Terra e Luna in modo che la Terra ruoti intorno al Sole e contemporaneamente intorno al suo proprio asse e che la Luna compia un moto di rivoluzione intorno alla Terra; notò poi che i pianeti collocati in orbita intorno al Sole a distanze diverse avrebbero potuto produrre moti relativi alla Terra analoghi a quelli osservati. È la prima ipotesi eliocentrica della storia, ma nasce come un semplice esercizio matematico senza affrontare il problema di verificare quantitativamente i dati osservativi (Aristarco si limita a osservazioni qualitative) né trovare le giustificazioni di carattere fisico che la renderebbero accettabile; oltre all'assoluta incompatibilità con i principi fisici di Aristotele, si rilevava che il moto di rivoluzione della terra avrebbe provocato uno spostamento apparente consistente delle stelle fisse che invece non si registrava, e nel caso in cui il cielo delle stelle fisse avesse avuto un raggio molto maggiore del raggio dell'orbita terrestre (ciò avrebbe reso trascurabile lo spostamento apparente suddetto) era inaccettabile un universo vuoto del quale la Terra, il Sole, la Luna, i pianeti occupassero una zona assai piccola.
Al contrario il modello di Apollonio di Perga (che Ipparco accettò pur rilevando che non spiegava perché si notasse come le retrogradazioni non risultavano tutte uguali come previsto dalla teoria) appariva in accordo con le idee aristoteliche sul mondo fisico, anche se lasciava dietro di sé un problema concettuale: se era vero che un cerchio eccentrico si può considerare matematicamente una soluzione equivalente ad un deferente con un epiciclo percorsi nello stesso tempo con un moto in verso opposto, era altrettanto vero che la distinzione aristotelica tra moto interno e moto acquisito imponeva di distinguere i due casi, perché se il moto dell'eccentrico si può reputare un moto interno proprio dell'astro, nell'altro modello ci si pone il problema di quale dei due moti (del pianeta lungo l'epiciclo o del centro dell'epiciclo lungo il deferente) sia quello interno all'astro.
Viene da attribuita ad Ipparco, in particolare, la distinzione tra “grandi epicicli” (descritti con velocità avente lo stesso verso del moto del deferente, che spiegano la retrogradazione del pianeta) e “piccoli epicicli” (percorsi in verso opposto al moto del deferente con velocità minore rispetto ai grandi epicicli; per velocità opposte e tempi di rotazione uguali per epiciclo e deferente, come si è visto, l'orbita risultante è un eccentrico, se il tempo del deferente è il doppio di quello dell'epiciclo il moto risultante è un ellisse). Nel caso del Sole un'orbita eccentrica intorno alla terra (quindi un piccolo epiciclo) spiega la differenza tra il tempo intercorrente tra equinozio primaverile ed equinozio autunnale e quello intercorrente tra equinozio autunnale ed equinozio primaverile.
Edited by .Nathaniel. - 27/2/2009, 19:48°°°Shadow°°°
Custode Del Sapere